TESTO INTEGRALE CON NOTE E BIBLIGRAFIA
1 Premessa
In queste pagine vorrei riprendere alcuni spunti della riflessione, storica e teorica, che ha accompagnato i mutamenti del lavoro nella società che chiamiamo postfordista, limitandomi a considerare alcuni aspetti recenti e significativi. Il lavoro aveva attratto un’ondata di interesse negli anni Settanta, trainato da un protagonismo del mondo operaio che sembrava confermare la sua centralità economica e politica, coerente con le tesi dell’economia politica marxiana. Si era invece indebolito, negli ultimi venti anni del secolo scorso, per la concomitanza fra un desiderio diffuso di mettere da parte un soggetto sconfitto (i lavoratori, il socialismo), e la fortuna scientifica del linguistic turn, una svolta “culturalista”, antimaterialista, trasversale alle discipline. Il tema del lavoro è riemerso, nel mondo della ricerca, alla fine del Novecento. Non è stata, tuttavia, la rinnovata forza della “classe operaia” ad alimentare i nuovi studi, ma al contrario la sua crisi politica ed economica, con la precarizzazione del lavoro: una condizione sperimentata in prima persona dagli studiosi più giovani, emotivamente vicini ai lavoratori marginali.
Il distacco degli studiosi e delle studiose dal tema del lavoro, negli anni Ottanta e Novanta, era anche il frutto di un’erronea contrapposizione fra il lavoro, visto come pratica inarticolata e materiale, e la dimensione culturale, imperniata di fatto su un grave malinteso: che la storia del lavoro non possa o non debba essere una storia culturale; una posizione che di fatto ha portato a una destoricizzazione delle definizioni del lavoro, appiattite su quelle del marxismo e del mainstream neoclassico, che consideravano lavoro solo quello scambiato sul mercato .
Tale malinteso è stato ormai dissipato, per l’accumularsi di contributi importanti di impostazione storica, sociologica, e oggi soprattutto filosofica. Per seguire il filo di queste analisi è utile fare riferimento a un bel libro curato da Giovanni Mari, intitolato Idee di lavoro e di ozio: un vastissimo ed esauriente lavoro di sintesi e ricerca, diacronico e multidisciplinare, che si snoda a partire dagli interrogativi filosofici proposti dal curatore .
2 Nuove soggettività: fra lavoro e tempo liberato
Il mutamento del lavoro è il terreno privilegiato di una nuova riflessione che mette al centro la soggettività; sappiamo che il mondo del lavoro è attraversato oggi da grandi mutamenti qualitativi e quantitativi. Esposto alla competizione globale e alla pressione delle nuove tecnologie, esso ha subito un processo di polarizzazione fra lavori buoni, concentrati soprattutto nelle aree professionali altamente produttive e qualificate della telematica e della gestione delle tecnologie, e lavori cattivi, precari, a bassa produttività, a basso salario. La forma più nuova e meno conosciuta di questa riorganizzazione riguarda il mondo della grande distribuzione, e consiste nel comando sui turni di lavoro esercitato attraverso gli algoritmi che individualizzano gli orari desincronizzandoli, deregolandoli, rendendoli imprevedibili. Si è parlato in proposito di unsocial working hours: oltre a invadere i tempi istituzionalmente dedicati al riposo, impedendo la socialità e la vita familiare, questa individualizzazione spinta degli orari crea una folla solitaria, frenando lo sviluppo di forme di vicinanza e solidarietà fra colleghi. Si tratta di un caso interessante anche sul terreno teorico, perché mostra che le tecnologie possono in realtà, oltre che liberare lavoro, contribuire a sottometterlo.
L’evidenza del peggioramento qualitativo del lavoro, con la deregolazione giuridica, la precarizzazione e la dispersione dei percorsi, ha dato luogo a numerosi studi. Sulla scia del precoce e prezioso contributo di Richard Sennett, le ricerche hanno esplorato la soggettività dei nuovi lavoratori, approfondendo i temi della “corrosione del carattere” e della nuova alienazione .
Ma, contemporaneamente, si è delineata una nuova e diversa linea di pensiero che, pur dando per scontati i rischi di regressione insiti nella polarizzazione dei lavori, rivolge l’attenzione al ridursi, reale e potenziale, del tempo di lavoro complessivo, e su di esso proietta la speranza del formarsi di nuove soggettività multidimensionali e creative. La discussione sulla fine del lavoro, nella versione estrema proposta da Jeremy Rifkin, banalizzata dalla sua inflazione mediatica, contiene dunque un nucleo di verità? Esaurito il lungo trend di ridimensionamento del lavoro agricolo, nei decenni più vicini a noi il settore dei servizi ha assunto la funzione che questo esercitava nel passato come serbatoio di lavoro a bassa produttività e a basso salario: il declino dell’occupazione operaia e impiegatizia mediamente qualificata è stato compensato, oltre che dal limitato aumento delle attività manageriali e professionali, dall’espansione dei servizi protetti dalla concorrenza per la necessaria prossimità fra produttori e utenti: dalla grande distribuzione, all’accoglienza turistica, alla ristorazione, ai servizi alla persona .
Alcuni dati possono servire a chiarire il quadro: in Europa e negli Stati Uniti l’occupazione registrata dalle statistiche ha oscillato, nel primo quarto del Duemila, lungo una linea di lenta crescita, interrotta solo temporaneamente dalla crisi del 2008 e dalla pandemia del 2020. Più difficile capire come è variato il numero delle ore lavorate; in Europa e in Italia, il numero di ore degli occupati a tempo pieno è sceso leggermente negli ultimi dieci anni, e il part time è aumentato, ma ha iniziato da qualche anno a declinare; in Italia tale riduzione è iniziata in ritardo, nel 2019: dal 18,8% si è passati nel 2024 al 16.7%. Nonostante queste oscillazioni, numerosi studiosi, pur prendendo le distanze dall’idea della “fine del lavoro”, predicono la sua futura riduzione: secondo lo storico Benedict Frey la rivoluzione tecnologica in atto, come la prima rivoluzione industriale, e diversamente dalla seconda, sostituisce il lavoro . Non è facile prevedere, tuttavia, da un lato quanto possa riprodursi la tendenza all’aumento dell’occupazione povera nei servizi, dall’altro in che misura la produzione di massa di nuovi beni industriali coinvolgerà l’Europa e gli Stati uniti, e infine come varierà l’occupazione nel settore pubblico. La riduzione del lavoro potrebbe realizzarsi, d’altra parte, anche nei termini di una contrazione dell’offerta di lavoro, dovuta al declino demografico, con un conseguente aumento del lavoro di occupati e occupate.
Il ridimensionamento del tempo di lavoro è la prospettiva adottata da Giovanni Mari nell’introduzione al volume Idee di lavoro e di ozio. L’autore riallaccia questo tema, oltre che alle note cause legate alla globalizzazione dei mercati e alle tecnologie, al pensiero espresso da John Kenneth Galbraith nel libro La società opulenta: nei paesi giunti da tempo allo sviluppo economico, si verificano sia un rallentamento della crescita, sia una riduzione del lavoro, conseguenze fisiologiche del progressivo accumularsi della ricchezza . Mari rinomina questo processo nei termini di una riduzione del “lavoro necessario”. Ma a questa riduzione fisiologica, subita, il capitalismo risponde con una ricerca di profitto che intreccia forme antiche e nuove: da un lato la riduzione del costo del lavoro, uno sfruttamento più duro, e la moltiplicazione dei desideri da appagare col consumo, dall’altro il risparmio di lavoro con l’applicazione delle tecnologie, e infine la ricerca, distruttiva degli assetti geopolitici, del monopolio su materie prime contese e rare.
Mari si sofferma sulle potenzialità aperte dalle nuove tecnologie, sostitutive del lavoro, in termini di qualità del lavoro, e, in uno stretto binomio, di qualità del tempo libero. I numerosissimi saggi presentati nel volume si snodano lungo un percorso funzionale a questa riflessione. Il curatore persegue la completezza, quasi enciclopedica, nella trattazione delle principali idee storiche di lavoro e di ozio, affidata al susseguirsi di sezioni cronologicamente distinte, precedute da introduzioni che scandiscono il mutamento. Si susseguono poi le riletture teoriche di autori classici della loro epoca. Alcuni di questi profili assumono un particolare rilievo, presentando idealtipi emblematici dell’avvicendarsi delle svolte culturali. Mari stesso descrive il pensiero di alcuni autori elevati a idealtipi: dal lavoro come attività appagante e serena, compendio di una vita virtuosa e libera, in Omero e in Esiodo, alla passione-vocazione di Benvenuto Cellini per la sua produzione artistica, che prefigura un’etica preborghese, vicina a quella protestante descritta da Max Weber. Mari immagina, appoggiandosi al pensiero di Robert Heilbroner e Bruno Trentin, l’affermarsi di nuovi diritti che conducano alla libertà del lavoro, alla fine della sua sottomissione.
Schematizzando e semplificando molto, possiamo forse rileggere l’itinerario percorso da Mari come una sintesi che tiene insieme le opposte prospettive di André Gorz e di Axel Honneth, autori di riferimento su questi temi. Gorz parte dal presupposto che nella società postfordista la tecnologia riduca l’occupazione e il tempo di lavoro, ma in questo vede un’opportunità: anche sul terreno culturale, infatti, il lavoro si sgancia dalla posizione centrale e condivisa che, nel tempo del fordismo, occupava nell’identità dei lavoratori e nel pensiero sociale; il lavoro astratto non è più la fonte del valore economico, mentre la produttività dipende dal sapere. Il valore delle attività, quindi, non sono più misurabili quantitativamente attraverso il tempo di lavoro. Si afferma invece una “rivoluzione riflessiva” fondata sul formarsi di soggettività più libere e individuali, diverse dalla “coscienza di classe” che caratterizzava nel fordismo il lavoro operaio. Una soggettività che si arricchisce a partire dalle possibilità di scelta dell’individuo, proteso verso un’autorealizzazione poliedrica e multidirezionale, di cui il lavoro è un aspetto non indispensabile. In questo contesto è invece centrale l’istruzione che forma le capacità e la conoscenza .
Al contrario Honneth, sulla scia di Hegel, ripropone il tema del lavoro come fonte dell’identità e del riconoscimento personale e sociale delle persone, e rinnova l’idea durkheimiana che la divisione del lavoro sia la base della solidarietà fra gli attori. Salvo proporne una completa riorganizzazione che sviluppi la coesione sociale e la partecipazione politica, fondata, appunto, sul riconoscimento reciproco e sull’autoriconoscimento: idealmente egli persegue l’obiettivo di rendere libero e creativo l’intero spettro dei lavori, nella prospettiva di un superamento del capitalismo. Ma, con un realismo raro in altri autori, propone a breve termine, per i lavori più alienanti, una soluzione che definirei “riformista”, che preveda un impegno limitato in termini di orari e di fatica, remunerato dignitosamente, che consenta la soggettivazione dei lavoratori e la partecipazione politica .
Mi sembra che Mari riavvicini i due poli dell’identità, proponendoci una necessaria coerenza e una contiguità fra lavoro e ozio, in termini di qualità, libertà, creatività. La riduzione del lavoro “necessario” alla produzione della ricchezza sociale è per Mari, come per Gorz, una tendenza innegabile, ma il lavoro stesso mantiene, come in Honneth, una sorta di primato. Solo la sua evoluzione qualitativa può infatti riflettersi in una vera liberazione del tempo di non lavoro; solo nella società della conoscenza, dove può imporsi un modello di lavoro libero e creativo, il tempo liberato può avere queste stesse qualità, sganciandosi dagli aspetti coatti e alienati da cui era inquinato nella società fordista. È dunque scorretto considerare dicotomico il rapporto fra lavoro e ozio, come sottolinea un saggio di Francesco Totaro nel libro . Sotto quest’aspetto mi sembra che il discorso abbia somiglianze e diversità rispetto a quello di Harmut Rosa: da un lato ambedue gli autori individuano una linea di continuità fra lavoro e tempo libero. Dall’altro, mentre Mari si rivolge al futuro considerando possibile il superamento dell’alienazione in ambedue gli spazi, Rosa si sofferma sull’attuale tendenza all’accelerazione che dal lavoro si estende al tempo libero divenendo una nuova religione sociale . Con la liberazione del lavoro, secondo Mari, anche il tempo liberato si trasformerà in ozio, declinato per tutti nel senso della scholé aristotelica : come libertà, riflessione critica, impegno pubblico.
Vorrei ora svolgere una riflessione su alcuni interrogativi emersi dalla lettura del volume, che ripropongo alla discussione. Un primo punto solleva una questione meramente linguistica che ha però radici sostanziali: mi sembra che il concetto di ozio, inteso come creatività, riflessività, libertà, rischi di essere ambiguo dal punto di vista comunicativo: se è vero che, come è puntualmente argomentato nel libro, il cattolicesimo della prima età moderna, e il protestantesimo, hanno delegittimato l’ozio, occorre tenere presente che questa posizione ha resistito a lungo, consolidata dalla visione borghese e ancor più da quella socialista. Solo la secolarizzazione postmaterialista dei secondi anni Sessanta del Novecento, e il rifiuto dell’adesione acritica alle norme morali dettate dalle Chiese, dai partiti, dalle loro ideologie, hanno diffuso un maggior distacco delle giovani generazioni dal valore del lavoro . In questo quadro, penso che la parola ozio continui a declinarsi in opposizione al lavoro e con una connotazione negativa. Usarla per l’oggi nell’accezione proposta da Aristotele mi sembra un anacronismo che complica la comunicazione dell’ ideale, di per sé condivisibile, di un tempo della libertà.
Collegata alla visione positiva e creativa dell’ozio mi sembra che vi sia la convinzione che l’estraneità dei lavoratori all’attuale organizzazione del lavoro li spinga ad abbracciare in numeri cospicui l’idea del rifiuto del lavoro: un orientamento che si esprime nei fenomeni delle grandi dimissioni e del quiet quitting. Occorre sottolineare anzitutto, a questo proposito, che la realtà sociale ci invia anche segnali di segno opposto, come quello dell’involontarietà di una percentuale maggioritaria del lavoro part time. Le rare Survey sulla soggettività di lavoratori e lavoratrici, e in particolare i Rapporti Censis, ci dicono inoltre che i lavoratori cercano di riequilibrare le loro vite con la richiesta di lavori soddisfacenti. Una vasta maggioranza degli intervistati rifiuta, in effetti, l’idea della centralità del lavoro nella vita, ma ugualmente desidera un “buon lavoro”, in termini di relazioni con colleghi e capi, di remunerazioni, e di orari sostenibili, che accrescano il tempo libero .
Ma in realtà la ricerca di un buon lavoro si articola con modalità diverse in relazione ai livelli di istruzione e alle classi sociali di provenienza . La diseguaglianza nelle opportunità si collega in dosi diverse al senso del limite, che si rovescia spesso in frustrazione, depressione, perdita di risorse cognitive. In realtà, il percorso delineato nel libro ha un forte valore ideale e scientifico, ma anche, come ha scritto Annalisa Tonarelli nel saggio introduttivo sull’avvento del postfordismo , un tratto utopistico, che lascia sullo sfondo la questione cruciale dei rapporti di forza e di potere che da un lato definiscono il lavoro, dall’altro consentono di trasformarlo.
3 Nuovi confini, nuove attrici e nuovi attori
Altri cruciali interrogativi emergono dalla lettura del libro. Che cos’è il lavoro? Chi ne è protagonista? La questione che vorrei sollevare è quella dei soggetti e dei confini del lavoro; un nodo inevitabile, a questo proposito, è il ruolo del lavoro domestico e delle attrici/attori che lo svolgono. Un tema, questo, che nel volume è trattato in interessanti contributi specifici, ma che resta irrelato rispetto al filo conduttore del discorso . Centrale è il problema della divisione di genere del lavoro, aspetto essenziale che dovrebbe essere integrato nella riflessione sulla divisione del lavoro, anche se non è mai stato trattato come tale. Intrecciare le due riflessioni è importante, anche perché il lavoro domestico costituisce un macroscopico esempio di un’attività produttiva priva di valore di scambio, che pone il tema più generale della misurazione del lavoro utile ma non mercificato. È importante sottolineare, sulla scia di uno studio dell’ISTAT , che, includendo nella contabilità del prodotto interno lordo la produzione familiare e misurando il contributo degli attori in termini di ore impiegate, il soggetto principale del lavoro diventerà, invece che un lavoratore, una lavoratrice. Il ritorno a una teoria economica fondata sull’utilità, invece che sul valore di scambio, è una revisione necessaria, come scrive con chiarezza Axel Honneth , anche se questa via pone un problema di misurazione, dato che il numero delle ore di lavoro non consente di valutare adeguatamente la qualità delle singole attività svolte in famiglia. Ma al di là di quest’aspetto, la divisione equa del lavoro domestico e di cura nella coppia dovrebbe diventare un passaggio importante di una più generale redistribuzione del lavoro.
L’ampliamento del concetto di produzione, oggetto della riflessione di Simon Kuznets negli anni Trenta del Novecento, è stata di fatto sviluppata dalle studiose femministe degli anni Settanta, e in particolare delle “post-marxiste” italiane di Lotta Femminista, che hanno gettato un fascio di luce sulla vasta area delle attività svolte dalle donne a casa e fuori dai confini del mercato. . La loro riflessione forzava la teoria marxista del valore includendo nel processo di valorizzazione il lavoro delle “casalinghe”; pur ristrette in una sfera domestica invisibile, creata dal capitalismo, esse producevano beni e servizi che si incorporavano nella forza lavoro degli uomini, veicolandovi oltre al valore della forza lavoro anche un plusvalore destinato al processo di accumulazione del capitale. Questa riflessione ebbe il grande pregio di spostare il lavoro domestico dalla sfera morale, oblativa, in cui l’aveva collocato l’ideologia maternalista cristiana e borghese, variante otto-novecentesca della cultura patriarcale, all’ambito della ricchezza economica. Tale prospettiva operava una revisione del pensiero marxiano, che identificava semmai il lavoro riproduttivo con la quota remunerata dal salario, indipendentemente dai luoghi e dalle modalità in cui questo veniva speso per riprodurre la vita.
In realtà, la linea delle femministe padovane è stata aggiornata dagli ultimi studi, che rivalutano le componenti non economiche e non capitalistiche che storicamente hanno concorso alla costruzione della domesticità. Ma l’aggiornamento non retroagisce con l’insieme dell’analisi, non essendo accompagnato da una revisione critica dell’analisi storica pancapitalistica che ha sorretto la loro teoria, individuando nella domesticità una formazione sociale creata dal capitalismo. Questa era invece nell’antichità il baluardo posto a garanzia dell’onore maschile e della filiazione in linea paterna, mentre, a fine Ottocento, divenne funzionale alla nuova enfasi borghese sulla “funzione” materna del corpo e della mente femminile, da tutelare con un minore impegno nel lavoro: una visione che una parte del socialismo europeo, diversamente da quanto accadde nell’esperienza sovietica, con la sua insistenza sul dovere del lavoro, incorporò passivamente. La domesticità fu posta allora a garanzia di una filiazione sana e della generazione, oltre che di operai di fabbrica, di cittadini in buona salute e di buoni soldati; in ogni caso la celebrazione della maternità si costruì in opposizione all’abuso del corpo delle donne praticato fino allora proprio dal capitalismo, che le chiamò alle pesanti fatiche legate ai lunghi orari delle fabbriche e al lavoro notturno.
Il pensiero postmarxista delle femministe padovane è stato oggi ripreso dagli storici della scuola di Amsterdam, che hanno allargato i confini del lavoro produttivo ad ambiti lavorativi esterni al mercato (gli schiavi, le donne di casa). Quello che resta poco chiaro anche in queste posizioni è il permanere del riferimento alla teoria del valore marxiana: il lavoro esterno al mercato sarebbe produttivo solo perché è un supporto ai valori di mercato, e si ignora che molte aree del lavoro domestico, come ad esempio la cura degli anziani, non riproducono forza lavoro. La stessa idea di riproduzione contrasta d’altra parte con la reale natura della maggior parte delle attività domestiche, che non mirano a riprodurre la forza lavoro ma a migliorare la vita, rafforzando i corpi e le menti di chi ne è beneficiario, con un’attenzione al benessere che va al di là della mera riproduzione. Sotto questo profilo è tempo di abbandonare l’idea del valore di mercato a favore di una versione del concetto di utilità che, diversamente da quello della teoria economica neoclassica, si allarghi ai centri produttivi esterni al mercato. La cura è d’altra parte un’attività sorretta da obbligazioni morali e da spinte affettive contrastanti, perché è caratterizzata da una suddivisione diseguale fra i generi dovuta alla persistenza della cultura patriarcale e del “dominio maschile”. In realtà il capitalismo manipola e riusa le culture sociali e familiari per i suoi scopi, ma altre culture si rigenerano, come dimostra, del resto, la stessa persistenza del pensiero critico anticapitalistico.
É ormai evidente, d’altra parte, l’eccessivo meccanicismo del concetto di riproduzione: la società e la forza lavoro si riproducono molto parzialmente. Sotto il profilo demografico, il conflitto fra il desiderio delle coppie di una vita non troppo faticosa, l’aspirazione persistente a fare figli, e il desiderio o la necessità di lavorare delle donne, rende sempre più difficile la riproduzione. La risposta è infatti la riduzione del numero dei figli, col conseguente declino demografico che riduce la forza lavoro, e sposta il peso demografico verso la popolazione anziana, bisognosa di reddito e di cura. Questo è il sintomo più evidente di quella “crisi della cura”, di cui ci parla Nancy Fraser, che non può non far parte di una prospettiva critica sulle trasformazioni del lavoro. Ma anche sul terreno della riproduzione sociale, l’educazione familiare e scolastica, e i lavori, si differenziano sempre di più nei diversi strati sociali e indeboliscono il ruolo di cerniera dei ceti medi, mettendo a dura prova la coesione sociale.
